Scrivere in italiano
Pubblicato il 4 luglio 2007 alle 04:17 pm | Archiviato in Lingua italiana
Sul web, non si sa perché, in ben pochi siti si rispettano la lingua italiana e le sue regole. Eppure, stranamente, chi scrive ha frequentato le scuole elementari, magari si è perfino laureato. Sono tanti, troppi, gli errori che si riscontrano nei testi, che non fanno altro che promuovere e diffondere una versione distorta della nostra lingua.
Non mi riferisco all’uso di parole o frasi gergali, che appartengono al linguaggio parlato, ma a veri e propri obbrobri, segno di un’ignoranza di fondo che anni di studio non sono riusciti a scalfire.
In questo articolo tratterò degli errori più frequenti, spiegando come riuscire ad evitarli. C’è una logica alla base della grammatica e dell’ortografia, basta solo capirla. Ed accettarla.
Gli apostrofi
Se per molti l’uso degli apostrofi negli articoli determinativi è un concetto ormai appreso e assimilato, non è altrettanto così il suo uso negli articoli indeterminativi.
Non sto certo a ripetere quali siano gli articoli determinativi (il, lo, la, i, gli, le) e quali gli indeterminativi (un, uno, una) perché sarebbe una vera vergogna che non lo sappiate…
Quando si usa l’apostrofo negli articoli indeterminativi? Si scrive un amica oppure un’amica? Un amico oppure un’amico?
Il discorso è più semplice di quanto si pensi.
Gli articoli indeterminativi, che non ho ripetuto prima, sono tre (3): un, uno, una.
Due maschietti e una femminuccia, alla faccia della parità dei sessi.
Quindi i maschietti hanno ben due articoli indeterminativi a disposizione, contro uno soltanto per le femminucce.
Di conseguenza non si potrà utilizzare l’articolo un riferito alla parola amica, per non offendere la suscettibilità femminile.
Ovviamente non è questo il motivo, ma se questo esempio vi farà scrivere correttamente è già qualcosa.
Dunque per la parola amica ci vuole l’articolo una, così avremo: una amica, che diventa un’amica. L’apostrofo sta a testimoniare la “a” che abbiamo tolto per facilità di pronuncia.
Gli accenti
L’uso degli accenti sembra essere ancora più problematico. C’è chi li mette quando non occorre e chi li scambia per apostrofi.
E’ giusto scrivere se stesso oppure sé stesso? Si scrive un po’ oppure un pò?
Anche in questo caso il discorso è di facile comprensione.
Nel pronome riflessivo sé serve l’accento, poiché può confondersi con la congiunzione se. Qualora sia scritto nella forma se stesso l’accento può essere omesso, visto che non può esserci confusione con la suddetta congiunzione.
L’avverbio poco può diventare po’, quindi vuole un apostrofo, non un accento! E questo per due motivi: non può confondersi con il fiume Po, che è scritto in maiuscolo, e la parte troncata viene sostituita sempre da un apostrofo.
La preposizione semplice da non vuole nessun accento, mentre la forma verbale dà (terza persona singolare del verbo dare, modo Presente indicativo) lo vuole. La terza personale singolare del verbo dare, modo Imperativo, vuole invece un apostrofo: da’, poiché viene troncata la parola dai.
Esempi di chiarimento: da Roma a Milano, nessuno mi dà una mano, da’ un aiuto a tua madre!
Il discorso è quasi lo stesso per il verbo fare: fa’ qualcosa!, mi fa male la testa. In questo caso la terza persona singolare del presente non va accentata, poiché è impossibile che possa essere confusa con la nota fa.
L’uso delle virgole
Virgole tu spargi a larga mano… parafrasando la celebre “La quiete dopo la tempesta” del Leopardi si riassume l’uso della punteggiatura di gran parte degli italiani. Virgole e punti gettati alla rinfusa nel testo, come semenza da far attecchire. Ma l’unica pianta che ne nasce è quella dell’incomprensione dello scritto.
Ricorriamo, ancora una volta, alla logica per la soluzione del grave dilemma. Una virgola segna una breve interruzione, una pausa all’interno di un periodo, mentre un punto separa più periodi e un punto e virgola due parti indipendenti dello stesso periodo. In una frase composta semplicemente da soggetto, verbo e predicato NON occorrono virgole.
Un esempio: il bambino, mangia la mela. Mi spiegate il senso di mettere una virgola in questa frase? Eppure ogni giorno leggo centinaia di frasi semplici come questa e, puntualmente, una bella virgola dopo il soggetto!
Esempio corretto: il bambino mangia la mela.
Ricordate quindi: se non esiste la necessità di fare una pausa, ad esempio affibbiare un aggettivo al soggetto, NON inserite inutili virgole.
Altro esempio: il bambino, affamato, mangia la mela. Ecco, qui una pausa, siglata dalla virgola, ci introduce un’informazione in più sul bambino, con un aggettivo che ci svela la sua azione: mangia la mela perché è affamato.
Non è difficile, non trovate?
Plurale majestatis
C’è difficoltà, purtroppo, anche nell’uso dei plurali e dei singolari. Eppure il singolare rappresentà l’unità, mentre il plurale un numero maggiore di uno. Il singolare vuole il verbo al singolare, il plurale gradisce invece il verbo al plurale, per un’equa distribuzione dei beni.
L’errore frequente a cui mi riferisco è quando ad un nome collettivo o ad un numero cardinale viene assegnato un verbo plurale.
Esempio: una moltitudine di macchine restarono bloccate in autostrada, un milione di persone si connettono ogni giorno ad internet.
Moltitudine è un nome collettivo ed è singolare. Milione è un numero cardinale ed è singolare. Entrambi vogliono il verbo al singolare.
Esempi corretti: una moltitudine di macchine restò bloccata in autostrada, un milione di persone si connette ogni giorno ad internet.
L’anacoluto, il mostro a tre teste
Stavolta vi ho spiazzato. L’anacoluto è in ognuno di noi, possiamo dire che ormai è parte integrante del linguaggio parlato. Ne facciamo uso ogni giorno, ne abusiamo, ne siamo assuefatti.
Il suo uso dovrebbe essere confinato a tale linguaggio. In alcuni testi, tuttavia, non mi sento di condannarlo. Ad esempio in un romanzo può essere segno dello stile dell’autore.
Ma che cosa è, esattamente, l’anacoluto? E’ una interruzione all’interno della sintassi della frase.
In breve, in parole semplici, è una ripetizione di un concetto, di un sostantivo, ecc.
Esempi di chiarimento: il libro lo compro io, i politici sono loro che comandano.
Certo, a voi sembreranno frasi naturali, le usate tutti i giorni. Ma nel linguaggio parlato vanno bene. In un testo scritto è meglio evitarle.
Le stesse frasi scritte nella forma corretta: compro io il libro, ho tante magliette come quelle, sono i politici che comandano.
La dislocazione a sinistra
Non è il solito cambia-bandiera dei nostri politici, bensì lo spostamento a sinistra di una parte della frase, che viene così anteposta rispetto alla sua posizione originaria.
Gli esempi più comuni sono: a me mi piace la mela, di soldi ne ho tanti (magari… N.d.A.).
In questo ultimo esempio il complemento oggetto, che di solito è a destra, viene a trovarsi a sinistra.
Si tratta, dunque, di una ridondanza nella frase, che ha il solo scopo di dare enfasi, di rafforzare un concetto.
Le stesse frasi scritte nella forma corretta: a me piace la mela, ho davvero tanti soldi (l’avverbio davvero può essere introdotto per enfatizzare. La frase “di soldi ne ho tanti” è enfatica, esprime il concetto che l’interlocutore sia ricco sfondato. Scrivendo soltanto “ho tanti soldi” non otterremmo lo stesso risultato).
Conclusioni
L’italiano, come tutte le lingue, è in continua evoluzione. Il linguaggio parlato si colorisce di espressioni pittoresche, proprie della provenienza geografica, di termini nuovi pescati negli anfratti più popolari della suburra. Il passaparola è un mezzo efficacissimo di diffusione delle ultime tendenze linguistiche, vere e proprie mode che testimoniano un’intera generazione.
Nella lingua parlata vige la più totale anarchia, la grammatica viene smontata e rimontata secondo i propri bisogni. E’ un linguaggio che sfugge ad ogni regola, inarrestabile.
Ma la lingua scritta ha delle regole. Un testo scritto, specialmente di un documento, di una brochure, di un profilo aziendale all’interno di un sito, deve essere redatto rispettando le regole della grammatica e dell’ortografia. Ne va della serietà e dell’immagine di chi diffonde quel testo.
Dimostrate di aver frequentato le elementari… e di averle superate, ovviamente.
Parlate pure in gergo, ma scrivete in italiano.
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27 commenti a “Scrivere in italiano”
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Molto utile per rinfrescare la memoria. Lo aggiungerò sicuramente tra i link utili del mio sito!
Ao, sei popo un tajo…
meno male che c’è ancora qualcuno che ti fa prendere bene lo studio
cià
Grazie tante di aver scritto questi esempi, sono molto utili e fanno rinfresacre altrettanto la memoria
buongiorno Daniele. verissimo quel che dici a proposito del declino dell’uso corretto della lingua italiana scritta, ahimè (anzi… ahinoi!
grazie
cesira
Grazie degli esempi che hai dato, io sono uno studente d’italiano e questo mi aiuta molto a capire meglio la lingua.
Ce ne sarà un po’ più?
Grazie un’altra volta e cari saluti.
sito utilissimo anche per i miei bambini
potresti aggiungere quali tempi usare nel testo scritto perchè l’insegnante di mio figlio lamenta l’uso esclusivo del passato remoto da parte della maggior parte dei ragazzi. grazie anna testa
Grazie Anna, ma questo blog parla di web design, ho scritto questo articolo soltanto perché su internet vedo che gli utenti scrivono non rispettando le regole basilari dell’italiano e sembrano tutti bambini di prima elementare, mentre magari sono laureati…
Scriverne altri purtroppo esula dal tema del sito.
Ci sono insegnanti elementari che continuano a scrivere un pò e a correggere i bambini, incuranti delle osservazioni dei genitori. Altro che Web….
Sono ormai vecchio, (Ho 75 anni)ma continuo a parlare ed amare l’italiano, anche se da piú di 42 anni vivo a Madrid ed ho notato che, anche nel tuo articolo, come in tutto ció che vedo nella web, l’italiano usa accenti acuti e gravi, come in francese. Quando tanti anni fa andavo alle scuole elementari, mi insegnarono ad usare un solo accento
che si scriveva, in corsivo, come una piccola mezza luna voltata verso l’alto. Che cosa è cambiato da allora? Quali sono le regole che definiscono come usare un accento o l’altro?
Molte grazie per l’attenzione!
Salve Stanis
Sì in italiano si usano ancora gli accenti. Scrivendo a mano sinceramente l’accento viene messo sempre uguale, almeno io ho sempre fatto così, ma nell’italiano dattiloscritto ci sono accenti differenti:
é in perché
è come verbo essere, ad esempio.
Complimenti Daniele! una pagina davvero interessante anche per chi, come me, utilizza la scrittura come parte del proprio lavoro.
Personalmente, odio in particolar modo “anacoluto” e “dislocazione a sinistra” (anche se, in vero, non ho ben capito la differenza fra le due).
Grazie Gianluigi
In effetti sono un po’ simili… L’anacoluto contiene una ripetizione, mentre la dislocazione a sinistra ha uno spostanmento a sinistra, appunto, di una parte della frase.
ciao!
veramente interessante!
sto studiando in Italia da anni anni….
mi sembra la lingua italiana non è facile.
stavo navicando per trovare di qualcosa ho visto di tuo sito.
addios.
Ciao Pia, grazie. La lingua italiana non è facile infatti
Post interessantissimo!!!
ho trovato questo post cercando info sull’anacoluto e sulla dislocazione a sinistra. sono straniera, studio italiano e quelle due parti non mi hanno insegnato al corso d’italiano percio` ti dico che mi sei stato molto molto d’aiuto!!
allora una domandina; tutte e due vanno bene nella lingua parlata ma non nello scritto, giusto?
e perche’ l’anacoluto in un romanzo può essere segno dello stile dell’autore??
spero non cancelli sto post e verro` qui spesso che mi interessa anche la grafica =) Thanks!!
Ciao Mate,
sì, diciamo che in alcuni romanzi può essere accettato se è veramente nello stile dell’autore. Purtroppo molti scrittori (come molti traduttori) non sanno proprio scrivere.
Grazie dei complimenti
Le tue spiegazioni sono chiare, esaurienti, utilissime, soprattutto per me che sono una semplice maestra.
Grazie.
Beh, io sono un semplice diplomato
vorrei sapere se questa frase è scritta giusta:
Nel caso in cui abbiate provveduto al pagamento non teniate conto di questo avviso
Ciao isy,
io scriverei così: “Nel caso in cui abbiate provveduto al pagamento, non tenete conto di questo avviso”. “Teniate” potrebbe essere giusto, perché esorta a compere un’azione, ma è più corretto usare il presente. Se si capovolge la frase, diventa: “Non tenete conto di questo avviso nel caso in cui abbiate provveduto al pagamento”.
Apprezzabile lo sforzo divulgativo, ma, mi permetta, il condizionale s’accorda con il congiuntivo imperfetto e non con il congiuntivo presente: “sarebbe una vera vergogna che non lo sapeste” e non “sappiate”; il condizionale presente si accorda con l’indicativo presente: “è una vera vergogna che non lo sappiate”
Questione di Consecutio Temporum
Niccar
Errata Corrige:
Il congiuntivo presente s’accorda con l’indicativo presente.
Niccar
Ma figurati se io porterei mio figlio qui…… e’ corretta l’espressione in italiano? grazie
Ho trovato interessantissimo il commento sull’uso di alcune proprietà della lingua italiana, e sulla differenza tra l’italiano parlato e l’italiano scritto.
Mi piacerebbe leggere molte altre peculiarità sull’uso corretto della lingua italiana. E, soprattutto, sapere se è ragionevole la lettura dei classici, per esempio Manzoni ed altri scrittori e poeti italiani, per apprendere di più.
Cordiali saluti.Da João Pessoa/Paraíba/Brasile.
La lettura dei classici fa sempre bene perché rappresenta un pezzo di storia italiana, per cultura generale e per la qualità delle opere. Per conoscere bene la lingua di oggi è invece necessario leggere autori moderni. Che sappiano scrivere, ovviamente.
Buon giorno vorrei sapere se sono corrette le seguenti frasi :
A) – Trascinato dall’eccitazione, si lanciò in una corsa per chiedere se poteva giocare con loro.
B) – Contemplandoli e sentendosi vicino a tutte quelle splendide creature, pensò se lui avrebbe potuto, in qualche modo, fare qualcosa per loro.
Grazie
Gianfranco
A) – scriverei “potesse”, non poteva.
B) – mi sembra corretta.