La lingua italiana nel web
Pubblicato il 13 gennaio 2010 alle 05:18 pm | Archiviato in Lingua italiana
Oggi si producono contenuti per il web a ritmi vertiginosi. Ma se si prova a analizzare attentamente il linguaggio usato, ci si rende conto di quanta poca conoscenza ci sia della lingua italiana negli scrittori del terzo millennio.
E non parlo soltanto di ragazzini che aprono blog con la vana speranza di arricchirsi con annunci pubblicitari e affiliazioni- e che non sono certo giustificati- ma parlo anche di esperti, di professionisti, di gente che ha in mano una laurea.
In alcuni siti e blog multi-autore fra le linee guida c’è un surrogato della grammatica italiana. Non basta, in questa Italia popolata da ignoranti laureati e patentati, scrivere che gli articoli devono essere in un italiano corretto, no, bisogna anche scrivere che dopo la virgola ci va uno spazio, che l’articolo indeterminativo, per il genere femminile, vuole l’apostrofo, che 12 punti esclamativi sono troppi, e così via.
Altrimenti il blogger e l’articolista del nuovo millennio non capiranno cosa significa “italiano corretto”, perché scrivono come parlano, perché hanno lacune grammaticali che si portano dietro dalle scuole elementari, colpa di un insegnamento che ha fatto fiasco, colpa del tempo trascorso in inutili giochini elettronici anziché davanti a un libro, colpa della diseducazione della moderna società che trasmette falsi modelli a cui attingere, colpa dei guru del web, che vengono presi come professori di non-so-cosa, e se mettono uno spazio prima della virgola loro, allora vuol dire che prima della virgola ci va davvero uno spazio.
E alla fine si riduce tutto a uno che imita l’altro, una sorta di epidemia di errori madornali che si trasmette di sito in sito a velocità impensabile, un contagio di inconsapevole ignoranza che colpisce il web italiano riscrivendo le regole della lingua, non secondo una normale e logica evoluzione della stessa, ma secondo principi più devastanti: la trasmissione di un analfabetismo e di un’incompetenza che fanno moda.
Si crea un flusso di malascrittura che scorre nella rete e che tutti seguono e in cui la lingua italiana affoga, fra l’indifferenza degli utenti e senza nessuno che le getti un salvagente.
Non meravigliamoci, poi, che decine di laureati siano respinti ai concorsi per scarsissima conoscenza della propria lingua. E’ soltanto la prova del livello di estrema ignoranza a cui siamo giunti, dopo anni di sforzi e di esercizio. E’ il livello che forse meritiamo, perché la situazione attuale in cui versa la nostra lingua madre è solo colpa nostra. Parole come società, web e media non significano nulla. Società, web e media siamo noi.
Scrivere per il web è alla portata di tutti. Basta aprire un programma di scrittura. No, meglio, basta aprire un blog in 3 minuti su una piattaforma gratuita. E il gioco è fatto.
E l’italiano distrutto.
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4 commenti a “La lingua italiana nel web”
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Argomento interessante, lo stato della lingua. L’uso della messaggistica istantanea, sia sul web sia sui cellulari, ha condizionato le scelte lessicali, sintattiche e anche grammaticali di molti. La povertà lessicale lascia intravedere una mancanza di affrontare vari argomenti con un vocabolario appropriato. La semplificazione sintattica influisce sulla complessità del ragionamento e sulla chiarezza espositiva, mentre una grammatica dominata dalle incertezze e dalle grossolanità mostra una sciatteria preoccupante.
Le cause di tutto ciò sono molteplici e variamente classificabili, le conseguenze ipotizzabili nella loro gravità.
Le soluzioni andrebbero prese a partire da un’analisi puntuale dell’intero fenomeno, ma, purtroppo, il condizionale è d’obbligo, poiché la miopia è disfunzione primaria tra chi si dovrebbe occupare della formazione dei cittadini di domani.
Difficile comunque non scadere in sterili polemiche su un argomento tanto vasto, per cui, per finire con un suggerimento costruttivo, si vadano a recuperare scrittori che hanno fatto della chiarezza, dell’eleganza e della correttezza la loro cifra stilistica. Italo Calvino, ad esempio.
Ciao Paolo,
sì, la colpa è da attribuire anche alla messaggistica istantanea e all’abuso degli sms.
Riguardo agli autori, credo ne siano da recuperare parecchi, oltre Calvino.
“Ma se si prova a analizzare”
Le due vocali non si usano. Ne deriva che: “Ma se si prova AD analizzare”
Si chiamano “d” eufoniche e stanno sparendo. Comunque dipende dal proprio stile di scrittura. Prima ne facevo uso, adesso non più.