7 segreti sulla scrittura per il web

Pubblicato il Giugno 3, 2010 | Archiviato in Lingua italiana

Scrivere per il web è un’operazione che ci può sembrare di una semplicità sconcertante: basta aprire Facebook, dopotutto, no? E scrivere la prima scemenza che ci viene in mente. Quello non è scrivere per il web, però, ma scrivere nel web, il che è diverso.

La scrittura per il web implica alcune conoscenze, che blogger professionisti, articolisti, copywriter dovrebbero possedere. Scrivo per il web ormai da oltre dieci anni e ho individuato alcuni segreti per una buona scrittura.

Leggi, scrivi e impara l’italiano

Prima di parlare di scrittura per il web, bisogna parlare di scrittura. E prima di parlare di scrittura, bisogna parlare di lettura. Non si può pensare di scrivere bene senza aver letto. E molto. Scrivere è alla portata di tutti dal punto di vista meccanico, ma non certo qualitativo.

Chiunque, grazie alle innovazioni degli ultimi anni in materia di web e comunicazione, con l’avvento di blog e social network, si è sentito in grado di scrivere per comunicare con gli altri, per esternare i propri pensieri. Bene. Ma scrivendo si pubblica una parte di noi. E, troppo spesso, questa parte fa capire agli altri che chi scrive non conosce la propria lingua.

Leggere non è soltanto un passatempo, ma per chi ama scrivere è anche esercizio. Leggere apre la mente e migliora la creatività. Leggere amplia il nostro vocabolario.

Dopo la lettura, la scrittura. Esercizi di stile, diari personali, appunti, l’importante è scrivere. Scioglie le mani e la mente. Velocizza il flusso di parole su carta. Scrivendo si migliora e si affina il proprio stile e la propria scrittura.

Scrivete, dunque. Ma fatelo in italiano. Corretto.

Sii te stesso

Copiare e imitare è sempre sbagliato. Ispirarsi invece aiuta. E’ però sempre fondamentale essere se stessi. Ispirarsi a un autore che si apprezza non deve significare appropriarsi del suo stile e della sua scrittura, altrimenti si rischia di essere prigionieri di quello stile e di quella scrittura.

E la scrittura, come la lettura, è personale. E’ una forma d’arte, e proprio per questo personale, unica. Con la scrittura state esprimendo voi stessi, i vostri pensieri, le vostre idee. Fatelo dunque con le vostre parole.

Essere se stessi significa essere riconoscibili in mezzo alla moltitudine. Significa essere collegati a ciò che si sta scrivendo. Il segreto è proprio questo: creare quel giusto collegamento fra scrittore e scrittura, fra chi scrive e ciò che ha scritto.

Curate una propria personalità nell’ambito della vostra scrittura. E potete farlo soltanto in un modo: scrivendo.

Abolisci cliché e frasi fatte

Il tempo dei cliché è finito, dovrebbe essere finito, anzi. Come quello delle frasi create nel corso della storia dell’umanità da qualche sconosciuto e che ritornano in circolo in articoli, libri, post.

Queste frasi danno l’illusoria sensazione di aver spiegato bene un concetto, ma in realtà fanno parte del modo di pensare e esprimersi di qualcun altro. “Fu come un fulmine a ciel sereno”… siete proprio sicuri di non riuscire a scrivere qualcosa di diverso?

Il segreto della buona scrittura è anche questo: riuscire a riscrivere un concetto. Basta coi detti e i modi di dire, sono frasi sorpassate, storiche sì, ma superate e, soprattutto, non arrivano al punto, perché non spiegano ma descrivono. Sono ridondanti e ripetitive.

Viviamo ormai in un mondo in cui convivono tantissime culture: ci sono nuove generazioni che non hanno appreso vecchi e “obsoleti” modi di esprimesi, ci sono genti di altri paesi che vivono da noi e che non conoscono ovviamente tutti i retroscena della nostra lingua, ci sono studenti di altri paesi, e c’è chi è stufo, come me, di leggere frasi fatte…

Sii conciso e colpisci subito il bersaglio

Mi capita spesso di leggere articoli sull’informatica che iniziano con quella che io chiamo “la storia di internet”. Chi scrive è convinto di fare cosa gradita ai lettori iniziando a parlare in modo generico di internet, per arrivare poi, dopo due-tre paragrafi, al punto.

Arrivarci subito non è meglio?

Perché bisogna centrare subito il bersaglio

  • Per non annoiare il lettore con paragrafi inutili;
  • per non scrivere di concetti che ormai conoscono anche quelli che nasceranno fra dieci anni;
  • per non allungare i tempi di lettura;
  • per concentrare al massimo l’attenzione del lettore sul tema dell’articolo;
  • per non uscire dal contesto dell’articolo.

Essere concisi non significa depauperare il proprio articolo, ma soltanto sfoltire ciò che è di troppo. Significa approfondire l’argomento di cui si sta scrivendo, senza allontanarsi dal tema e senza aggiungere più frasi o parole di quelle necessarie.

Provoca e sarai premiato

Ogni volta che ho scritto un articolo provocatorio o polemico, ho riscosso un piccolo successo: commenti e tante letture dell’articolo, ma anche link.

Con questo non voglio dire che scrivere per il web significhi provocare e polemizzare su ogni minima cosa, ma soltanto che, ogni tanto, un po’ di pepe… no, ecco un concetto da togliere dalla scrittura, un cliché da evitare… il pepe va sul cibo, non sui testi… ma soltanto che, ripeto, ogni tanto un pizzico di contestazione e un piccolo attacco ci sta bene, provoca discussione, innesca quella voglia di dibattito che è in noi, che fa parte della natura umana.

Stuzzicate, quindi, la natura umana con la vostra scrittura. Ma senza abusarne.

Non abusare di termini inglesi

In molti è radicata la convinzione che farcire i propri testi di parole inglesi sia sinonimo di elevata cultura e quindi considerano questo “stile” di scrittura molto professionale. Per come la vedo io, invece, è il contrario: se non sai spiegare un concetto nella tua lingua, allora non sai scrivere. Punto.

E non è affatto una giustificazione dire, sostenere anzi, che certi termini siano entrati nella lingua italiana. Web, internet, blog sono termini che accetto nella mia lingua, ma non certo speech, experience, skills, location, competitor (cfr. il mio articolo sul linguaggio del marketing italiano), che possono essere espressi tranquillamente in italiano.

La vostra scrittura deve essere comprensibile al più vasto pubblico possibile. Dunque usate un linguaggio semplice. E il più italiano possibile.

Non scrivere se non hai nulla da dire

Scrivere è bello e piacevole, ma soltanto se davvero si ha qualcosa da comunicare agli altri. Scrivere di concetti già espressi non porta alcun beneficio né al lettore né a chi scrive.

Se scrivere è un servizio, gratuito o meno, che si offre a un lettore, è anche un esercizio per chi scrive e un modo per raggiungere un livello più elevato nella comunicazione e nell’elaborazione dei pensieri.

Con la scrittura si entra più a fondo nel proprio io, nelle proprie conoscenze, si amplia e si migliora la propria cultura. Dunque, non si può scrivere se non si avverte una spinta che viene da dentro, non si può scrivere se non si sente il flusso delle proprie idee spingere con forza per uscire allo scoperto e essere immortalato e dato in pasto al pubblico.

Ho finito. 1150 parole. Conciso, come sempre.

Il linguaggio del marketing italiano

Pubblicato il Febbraio 9, 2010 | Archiviato in Lingua italiana

L’uso di parole inglesi come specchietto per le allodole

Nel web c’è chi sa scrivere e chi no. C’è chi conosce la lingua italiana e chi fa di tutto per distruggerla. C’è chi non si accorge dei propri errori di grammatica, perché la sua ignoranza non glielo permette, e c’è chi usa termini inglesi nella convinzione di porsi a un livello più alto rispetto agli altri.

Chi si occupa di marketing tende a usare parole inglesi per crearsi un’immagine. Non parlo di parole entrate nell’uso comune della lingua, parole intraducibili come home page e web, ad esempio, parlo di termini che non avrebbero dovuto entrare nella nostra lingua, semplicemente perché ne esiste il corrispettivo e, soprattutto, perché il corrispettivo è di più immediata comprensione.

Ma usare queste parole è, agli occhi dei meno esperti, sinonimo di professionalità, di elevata esperienza nel campo, di capacità e competenza.

Il meccanismo del copia e incolla o effetto virale

In realtà l’uso di questi termini è soltanto un volgare e banale copia e incolla che si protrae da anni in Italia, da quando qualcuno ebbe la geniale idea di introdurre nel proprio linguaggio e, quindi, nei propri testi, parole prese dal vocabolario britannico. Se vogliamo restare nella nomenclatura del marketing, questo è un effetto virale: il risultato non cambia.

Se l’azienda A usa quei termini, l’azienda B tenderà a usarli. E il virus si propaga, minando la lingua italiana.

Esempi comuni di virus nel linguaggio italiano

Perché parlare di experience lavorativa? Che cosa è? E’ forse l’esperienza lavorativa? E allora perché scrivere experience e non esperienza?

Perché richiedere delle skills per un determinato lavoro? Non è forse più giusto, corretto, comprensibile, italiano richiedere delle competenze?

Perché scrivere che l’incontro si terrà in una location ben attrezzata? Non si terrà forse in un posto, in un luogo attrezzato?

Le aziende italiane, da qualche anno a questa parte, non hanno più concorrenti, bensì competitor. Non so perché i concorrenti italiani siano morti e siano subentrati loro i competitor d’oltre confine.
Immaginate un dialogo del genere:

“Hai sentito? Quell’azienda ha addirittura i competitor… è quella che fa per noi!”

Non si paga più sul posto, ma on site.

Non si ha più una politica aziendale, ma una mission. Le aziende e i professionisti italiani sono divenuti improvvisamente dei missionari.

Ma gli esempi potrebbero, purtroppo, continuare per molto. La mia idea è che questi marketers… ops, scusate… questi esperti di marketing non sappiano più scrivere nella propria lingua, hanno ormai assimilato un modus operandi che inconsapevolmente li obbliga a servirsi di parole inglesi per potersi esprimere.

La verità è che questo linguaggio forzatamente misto non è indice di grandi competenze lavorative, ma soltanto una forma semi-innocua di inganno. E’ una sorta di esca, lanciata per far abboccare il pesce che naviga nel web.

Il vero esperto di marketing è colui che sa farsi capire con parole semplici, non colui che usa l’inglese per darsi un tono. Quest’ultimo dovrebbe tornare alla prima elementare o trasferirsi a Londra.

La lingua italiana nel web

Pubblicato il Gennaio 13, 2010 | Archiviato in Lingua italiana

Oggi si producono contenuti per il web a ritmi vertiginosi. Ma se si prova a analizzare attentamente il linguaggio usato, ci si rende conto di quanta poca conoscenza ci sia della lingua italiana negli scrittori del terzo millennio.

E non parlo soltanto di ragazzini che aprono blog con la vana speranza di arricchirsi con annunci pubblicitari e affiliazioni- e che non sono certo giustificati- ma parlo anche di esperti, di professionisti, di gente che ha in mano una laurea.

In alcuni siti e blog multi-autore fra le linee guida c’è un surrogato della grammatica italiana. Non basta, in questa Italia popolata da ignoranti laureati e patentati, scrivere che gli articoli devono essere in un italiano corretto, no, bisogna anche scrivere che dopo la virgola ci va uno spazio, che l’articolo indeterminativo, per il genere femminile, vuole l’apostrofo, che 12 punti esclamativi sono troppi, e così via.

Altrimenti il blogger e l’articolista del nuovo millennio non capiranno cosa significa “italiano corretto”, perché scrivono come parlano, perché hanno lacune grammaticali che si portano dietro dalle scuole elementari, colpa di un insegnamento che ha fatto fiasco, colpa del tempo trascorso in inutili giochini elettronici anziché davanti a un libro, colpa della diseducazione della moderna società che trasmette falsi modelli a cui attingere, colpa dei guru del web, che vengono presi come professori di non-so-cosa, e se mettono uno spazio prima della virgola loro, allora vuol dire che prima della virgola ci va davvero uno spazio.

E alla fine si riduce tutto a uno che imita l’altro, una sorta di epidemia di errori madornali che si trasmette di sito in sito a velocità impensabile, un contagio di inconsapevole ignoranza che colpisce il web italiano riscrivendo le regole della lingua, non secondo una normale e logica evoluzione della stessa, ma secondo principi più devastanti: la trasmissione di un analfabetismo e di un’incompetenza che fanno moda.

Si crea un flusso di malascrittura che scorre nella rete e che tutti seguono e in cui la lingua italiana affoga, fra l’indifferenza degli utenti e senza nessuno che le getti un salvagente.

Non meravigliamoci, poi, che decine di laureati siano respinti ai concorsi per scarsissima conoscenza della propria lingua. E’ soltanto la prova del livello di estrema ignoranza a cui siamo giunti, dopo anni di sforzi e di esercizio. E’ il livello che forse meritiamo, perché la situazione attuale in cui versa la nostra lingua madre è solo colpa nostra. Parole come società, web e media non significano nulla. Società, web e media siamo noi.

Scrivere per il web è alla portata di tutti. Basta aprire un programma di scrittura. No, meglio, basta aprire un blog in 3 minuti su una piattaforma gratuita. E il gioco è fatto.

E l’italiano distrutto.

Scrivere in italiano

Pubblicato il Luglio 4, 2007 | Archiviato in Lingua italiana

Sul web, non si sa perché, in ben pochi siti si rispettano la lingua italiana e le sue regole. Eppure, stranamente, chi scrive ha frequentato le scuole elementari, magari si è perfino laureato. Sono tanti, troppi, gli errori che si riscontrano nei testi, che non fanno altro che promuovere e diffondere una versione distorta della nostra lingua.

Non mi riferisco all’uso di parole o frasi gergali, che appartengono al linguaggio parlato, ma a veri e propri obbrobri, segno di un’ignoranza di fondo che anni di studio non sono riusciti a scalfire.

In questo articolo tratterò degli errori più frequenti, spiegando come riuscire ad evitarli. C’è una logica alla base della grammatica e dell’ortografia, basta solo capirla. Ed accettarla.

Gli apostrofi

Se per molti l’uso degli apostrofi negli articoli determinativi è un concetto ormai appreso e assimilato, non è altrettanto così il suo uso negli articoli indeterminativi.
Non sto certo a ripetere quali siano gli articoli determinativi (il, lo, la, i, gli, le) e quali gli indeterminativi (un, uno, una) perché sarebbe una vera vergogna che non lo sappiate…

Quando si usa l’apostrofo negli articoli indeterminativi? Si scrive un amica oppure un’amica? Un amico oppure un’amico?
Il discorso è più semplice di quanto si pensi.

Gli articoli indeterminativi, che non ho ripetuto prima, sono tre (3): un, uno, una.
Due maschietti e una femminuccia, alla faccia della parità dei sessi.
Quindi i maschietti hanno ben due articoli indeterminativi a disposizione, contro uno soltanto per le femminucce.
Di conseguenza non si potrà utilizzare l’articolo un riferito alla parola amica, per non offendere la suscettibilità femminile.
Ovviamente non è questo il motivo, ma se questo esempio vi farà scrivere correttamente è già qualcosa.
Dunque per la parola amica ci vuole l’articolo una, così avremo: una amica, che diventa un’amica. L’apostrofo sta a testimoniare la “a” che abbiamo tolto per facilità di pronuncia.

Gli accenti

L’uso degli accenti sembra essere ancora più problematico. C’è chi li mette quando non occorre e chi li scambia per apostrofi.
E’ giusto scrivere se stesso oppure sé stesso? Si scrive un po’ oppure un pò?
Anche in questo caso il discorso è di facile comprensione.
Nel pronome riflessivo serve l’accento, poiché può confondersi con la congiunzione se. Qualora sia scritto nella forma se stesso l’accento può essere omesso, visto che non può esserci confusione con la suddetta congiunzione.

L’avverbio poco può diventare po’, quindi vuole un apostrofo, non un accento! E questo per due motivi: non può confondersi con il fiume Po, che è scritto in maiuscolo, e la parte troncata viene sostituita sempre da un apostrofo.

La preposizione semplice da non vuole nessun accento, mentre la forma verbale (terza persona singolare del verbo dare, modo Presente indicativo) lo vuole. La terza personale singolare del verbo dare, modo Imperativo, vuole invece un apostrofo: da’, poiché viene troncata la parola dai.

Esempi di chiarimento: da Roma a Milano, nessuno mi dà una mano, da’ un aiuto a tua madre!

Il discorso è quasi lo stesso per il verbo fare: fa’ qualcosa!, mi fa male la testa. In questo caso la terza persona singolare del presente non va accentata, poiché è impossibile che possa essere confusa con la nota fa.

L’uso delle virgole

Virgole tu spargi a larga mano… parafrasando la celebre “La quiete dopo la tempesta” del Leopardi si riassume l’uso della punteggiatura di gran parte degli italiani. Virgole e punti gettati alla rinfusa nel testo, come semenza da far attecchire. Ma l’unica pianta che ne nasce è quella dell’incomprensione dello scritto.

Ricorriamo, ancora una volta, alla logica per la soluzione del grave dilemma. Una virgola segna una breve interruzione, una pausa all’interno di un periodo, mentre un punto separa più periodi e un punto e virgola due parti indipendenti dello stesso periodo. In una frase composta semplicemente da soggetto, verbo e predicato NON occorrono virgole.

Un esempio: il bambino, mangia la mela. Mi spiegate il senso di mettere una virgola in questa frase? Eppure ogni giorno leggo centinaia di frasi semplici come questa e, puntualmente, una bella virgola dopo il soggetto!

Esempio corretto: il bambino mangia la mela.

Ricordate quindi: se non esiste la necessità di fare una pausa, ad esempio affibbiare un aggettivo al soggetto, NON inserite inutili virgole.

Altro esempio: il bambino, affamato, mangia la mela. Ecco, qui una pausa, siglata dalla virgola, ci introduce un’informazione in più sul bambino, con un aggettivo che ci svela la sua azione: mangia la mela perché è affamato.

Non è difficile, non trovate?

Plurale majestatis

C’è difficoltà, purtroppo, anche nell’uso dei plurali e dei singolari. Eppure il singolare rappresentà l’unità, mentre il plurale un numero maggiore di uno. Il singolare vuole il verbo al singolare, il plurale gradisce invece il verbo al plurale, per un’equa distribuzione dei beni.

L’errore frequente a cui mi riferisco è quando ad un nome collettivo o ad un numero cardinale viene assegnato un verbo plurale.

Esempio: una moltitudine di macchine restarono bloccate in autostrada, un milione di persone si connettono ogni giorno ad internet.

Moltitudine è un nome collettivo ed è singolare. Milione è un numero cardinale ed è singolare. Entrambi vogliono il verbo al singolare.

Esempi corretti: una moltitudine di macchine restò bloccata in autostrada, un milione di persone si connette ogni giorno ad internet.

L’anacoluto, il mostro a tre teste

Stavolta vi ho spiazzato. L’anacoluto è in ognuno di noi, possiamo dire che ormai è parte integrante del linguaggio parlato. Ne facciamo uso ogni giorno, ne abusiamo, ne siamo assuefatti.
Il suo uso dovrebbe essere confinato a tale linguaggio. In alcuni testi, tuttavia, non mi sento di condannarlo. Ad esempio in un romanzo può essere segno dello stile dell’autore.

Ma che cosa è, esattamente, l’anacoluto? E’ una interruzione all’interno della sintassi della frase.
In breve, in parole semplici, è una ripetizione di un concetto, di un sostantivo, ecc.

Esempi di chiarimento: il libro lo compro io, i politici sono loro che comandano.
Certo, a voi sembreranno frasi naturali, le usate tutti i giorni. Ma nel linguaggio parlato vanno bene. In un testo scritto è meglio evitarle.

Le stesse frasi scritte nella forma corretta: compro io il libro, ho tante magliette come quelle, sono i politici che comandano.

La dislocazione a sinistra

Non è il solito cambia-bandiera dei nostri politici, bensì lo spostamento a sinistra di una parte della frase, che viene così anteposta rispetto alla sua posizione originaria.

Gli esempi più comuni sono: a me mi piace la mela, di soldi ne ho tanti (magari… N.d.A.).
In questo ultimo esempio il complemento oggetto, che di solito è a destra, viene a trovarsi a sinistra.

Si tratta, dunque, di una ridondanza nella frase, che ha il solo scopo di dare enfasi, di rafforzare un concetto.

Le stesse frasi scritte nella forma corretta: a me piace la mela, ho davvero tanti soldi (l’avverbio davvero può essere introdotto per enfatizzare. La frase “di soldi ne ho tanti” è enfatica, esprime il concetto che l’interlocutore sia ricco sfondato. Scrivendo soltanto “ho tanti soldi” non otterremmo lo stesso risultato).

Conclusioni

L’italiano, come tutte le lingue, è in continua evoluzione. Il linguaggio parlato si colorisce di espressioni pittoresche, proprie della provenienza geografica, di termini nuovi pescati negli anfratti più popolari della suburra. Il passaparola è un mezzo efficacissimo di diffusione delle ultime tendenze linguistiche, vere e proprie mode che testimoniano un’intera generazione.

Nella lingua parlata vige la più totale anarchia, la grammatica viene smontata e rimontata secondo i propri bisogni. E’ un linguaggio che sfugge ad ogni regola, inarrestabile.

Ma la lingua scritta ha delle regole. Un testo scritto, specialmente di un documento, di una brochure, di un profilo aziendale all’interno di un sito, deve essere redatto rispettando le regole della grammatica e dell’ortografia. Ne va della serietà e dell’immagine di chi diffonde quel testo.

Dimostrate di aver frequentato le elementari… e di averle superate, ovviamente.

Parlate pure in gergo, ma scrivete in italiano.